Essere in competizione con se stessi è davvero più sano che confrontarsi con gli altri?
Sì, ma soltanto se scegli tu il tabellone.
Se insegui ogni giorno più fatturato, più follower e più produttività, il confronto cambia bersaglio ma resta una gabbia.
Per me la soluzione non è smettere di essere ambizioso. È misurare risultati coerenti con la vita che voglio: redditività oraria, margine, rischio assunto, asset posseduti, energia e tempo libero.
Perché un articolo scritto quasi per caso è diventato il più letto del mio vecchio blog?
Nel 2013 vivevo a Taiwan. Kobe Bryant aveva consigliato su Facebook Relentless, il libro di Tim Grover, preparatore di Michael Jordan e dello stesso Kobe. Lo comprai su Kindle, raccolsi alcune citazioni e le pubblicai sul mio blog in inglese.
Non c’era una grande strategia editoriale. Eppure, in pochi anni quell’articolo aveva raggiunto 18.443 visualizzazioni: più di cinque volte il secondo contenuto più letto del sito.
La frase del libro che mi colpì di più era questa:
“You’re not competing with anyone else, ever again. They’re going to have to compete with you.”
In italiano: non sei più in competizione con nessun altro. Saranno gli altri a doversi misurare con te.
Grover la usava in modo aggressivo. Io ci lessi soprattutto l’invito a non usare gli altri come metro della mia vita.
Nel 2017 avevo già ripreso lo stesso concetto nell’episodio 22 del podcast. Oggi, però, lo interpreto in modo meno muscolare.
Che cosa non comprerei più della mentalità “implacabile”?
Relentless è arrivato in Italia con il titolo Implacabile il 13 febbraio 2024, undici anni dopo il mio articolo.
Nel frattempo Kobe aveva concluso la carriera ed era morto. Online si era diffuso il culto dell’allenamento estremo: disciplina, ossessione e risultati a ogni costo.
Quella mentalità può avere senso per chi vuole entrare nell’NBA, una lega riservata a poche centinaia dei migliori giocatori al mondo.
Non è detto che sia un buon modello per un imprenditore, un genitore o una persona che vuole proteggere salute, relazioni e curiosità.
Puoi vincere una gara e rovinarti la vita. Puoi far crescere molto un’azienda e perdere proprio la libertà per cui l’avevi creata.
Per questo non rinnego la frase di Grover. Ne salvo una parte: la competizione più pericolosa è partecipare a una gara che non hai scelto.
Che cosa c’entrano Andrea Bargnani e il mio ginocchio?
Da ragazzino giocavo a basket a un livello serio. Il punto più alto fu una finale regionale del Lazio contro Andrea Bargnani, un mio coetaneo che nel 2006 sarebbe diventato la prima scelta assoluta del draft NBA.
Io, invece, intorno ai quattordici anni mi ruppi il legamento crociato anteriore sinistro. Quell’incidente mise fine alla mia grande ambizione sportiva.
Non racconto questo episodio per suggerire che sarei arrivato anch’io nell’NBA. Il punto è un altro: quando un tabellone sparisce, ne cerchiamo subito uno nuovo.
Nel mio caso sono arrivati prima il reddito e poi il patrimonio.
Entrambi mi sono serviti. Mi hanno dato sicurezza, possibilità di investimento e libertà.
Ma una metrica utile può trasformarsi in un padrone quando continuiamo a inseguirla senza domandarci quale costo stiamo pagando.
Perché i social ci fanno correre gare che non abbiamo scelto?
Nel 2013 decidevo io quando visitare il sito di qualcuno. Oggi la classifica arriva da sola nel feed.
Su LinkedIn vedo chi fattura di più, assume più persone, raccoglie capitale o parla su un palco più grande. Su Instagram vedo corpi migliori, case più belle, viaggi spettacolari e famiglie apparentemente sempre felici.
Non significa che quelle persone mentano. Il problema è che confronto un fotogramma della loro vita con il film intero della mia.
Vedo il fatturato, non il margine. Il team, non le riunioni. Il viaggio, non la stanchezza. L’applauso, non il bisogno di riceverne un altro.
La ricerca psicologica invita alla prudenza sulle generalizzazioni, ma una revisione degli studi sul confronto nei social network ha rilevato che l’uso passivo tende ad aumentare il confronto sociale e che il confronto verso l’alto produce più spesso effetti negativi sul benessere.
Così posso cominciare a desiderare un’azienda più grande dopo aver lavorato per anni proprio per costruirne una che non mi inghiottisse.
Quali metriche uso oggi per misurare il successo?
Il mio obiettivo non è universale. È deliberatamente personale: ricevere almeno 4.000 euro netti al mese lavorando non più di venti ore alla settimana, senza aggiungere altro rischio fisso a quello che ho già assunto.
La metrica sintetica che guardo più del fatturato è la redditività oraria. Mi dice quanto valore economico ottengo dal tempo che cedo. Ma da sola non basta.
Nel mio tabellone entrano anche:
- Margine e cassa, non soltanto volume di ricavi
- Ore di lavoro e ore liberate
- Reddito che non dipende ogni giorno dalla mia presenza
- Asset posseduti, come marchi, libri, sistemi e immobili
- Rischio fisso aggiunto
- Energia rimasta e tempo con la mia famiglia
Il fatturato resta importante. Non misura, però, né la libertà né la qualità della vita. Anche il numero di dipendenti misura qualcosa: la complessità che hai scelto di coordinare.
Copy Persuasivo® è nato da casa, con meno di mille euro da parte, ed è cresciuto attraverso una rete di collaboratori. Era un lifestyle business per scelta, non un’azienda incompleta in attesa di diventare seria.
Se un concorrente ha cinquanta dipendenti e io ne ho pochi o nessuno, non ho perso. Stiamo giocando partite diverse.
Che cosa provo a insegnare ai miei figli?
È facile dire a un bambino di non confrontarsi con gli altri e poi chiedergli chi è stato il più bravo, chi ha preso il voto migliore o chi corre più veloce.
Con i miei figli, Mauro e Luce, provo a portare l’attenzione su ciò che possono controllare: lo sforzo, la reazione a un errore, la promessa mantenuta, la disponibilità a fare una cosa difficile.
Questo non significa eliminare la competizione. Lo sport, il gioco e anche una sconfitta possono insegnare molto. Significa separare il risultato dall’identità.
Puoi perdere una gara senza essere un perdente. Puoi arrivare indietro e aver fatto il tuo allenamento migliore. Puoi vincere e sapere di non esserti comportato bene.
Le domande che considero più utili sono:
- Hai affrontato una cosa difficile anche se non ne avevi voglia?
- Dopo un errore hai cercato una scusa oppure qualcosa da imparare?
- Hai mantenuto la promessa che avevi fatto a te stesso?
L’esempio, però, conta più delle domande.
I miei figli imparano da come mi vedono perdere, cambiare piano, chiedere scusa e ricominciare. Non dalle frasi motivazionali che posso ripetere.
Come scegliere il proprio tabellone?
Essere in competizione con se stessi non significa migliorare ogni numero all’infinito. Significa scegliere metriche coerenti con le proprie priorità e accettarne i costi.
Per capire se la gara è davvero tua, puoi partire da quattro domande:
- Quale numero sto usando per decidere se ho successo?
- Quel numero misura ciò che desidero oppure ciò che posso mostrare?
- Quale costo non compare nel tabellone?
- Se nessuno vedesse il risultato, vorrei ancora ottenerlo?
Il mio vero concorrente non è l’imprenditore con più dipendenti. È la versione di me che dimentica perché aveva voluto diventare imprenditore.
La domanda finale è semplice: i numeri con cui misuri il tuo successo li hai scelti tu oppure te li ha messi davanti il feed?
Domande frequenti sulla competizione con se stessi
Essere in competizione con se stessi è sempre positivo?
No. È utile quando scegli metriche coerenti con i tuoi valori e sotto il tuo controllo. Diventa dannoso se si trasforma nell’obbligo di guadagnare, produrre o allenarti sempre più di ieri.
Come si smette di confrontarsi con gli altri?
Non si elimina del tutto il confronto. Si può però limitarne il potere scegliendo prima le proprie metriche, riducendo lo scorrimento passivo dei feed e considerando anche i costi invisibili dei risultati che ammiriamo.
Perché il fatturato non basta a misurare il successo di un’impresa?
Il fatturato misura il volume dei ricavi. Non dice quanto margine resta, quante ore richiede l’attività, quale rischio è stato assunto o quanta libertà conserva l’imprenditore.
Che cos’è la redditività oraria?
È il rapporto tra il valore economico ottenuto e le ore che l’attività assorbe direttamente. Non sostituisce margine, cassa e rischio, ma aiuta a capire se la crescita sta comprando libertà oppure altro lavoro.
Fonti e approfondimenti
- Le citazioni da Relentless pubblicate sul mio vecchio blog nel 2013
- Implacabile di Tim Grover nell’edizione italiana Mondadori
- Come ho imparato il copywriting anche se ero sempre incasinato e senza un euro
- Il mio episodio 22, in cui citavo già la competizione con se stessi
- La revisione scientifica sul confronto sociale nei social network
- L’episodio 383 sulla crisi dopo la libertà finanziaria

Andrea Lisi aiuta imprenditori e professionisti a comunicare in modo più potente, autentico e redditizio.
È fondatore di Copy Persuasivo®, laboratorio strategico attivo dal 2015, con cui ha realizzato campagne editoriali, funnel e contenuti ad alta conversione in oltre 50 settori.
Ha scritto manuali e romanzi bestseller su Amazon, ideato oltre 15 corsi avanzati su copywriting e marketing, e firmato centinaia di articoli letti da più di 320.000 utenti.
È la voce di uno dei podcast più longevi del settore con oltre 380 episodi.
Ma la sua storia inizia prima.
Cresciuto in una famiglia di commercianti, Andrea ha cominciato a fare marketing nel 2006, promuovendo le sue band su MySpace.
Dopo il Liceo Classico ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche, una specialistica in Relazioni Internazionali e diverse certificazioni linguistiche e didattiche (TOEFL, HSK, DITALS).
Ha vissuto in Israele e a Taiwan, viaggiato in Africa, e diretto per otto mesi un centro di accoglienza per rifugiati, dove ha insegnato italiano e lavorato come interprete in tribunale.
È stato intervistato dalla RAI come esperto dell’opera di Tiziano Terzani, autore su cui ha scritto a lungo nel suo blog personale.
Oggi, oltre all’attività di marketing strategist e autore, Andrea investe in immobili a reddito e progetti imprenditoriali indipendenti, come CBDexpress, prima rete in Lombardia e Piemonte di distributori automatici di cannabis legale.
È marito di Paola, papà di Mauro e Luce.
Crede nella parola ben scelta, nel pensiero indipendente e nella concretezza dei risultati.
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