Molti immaginano che vendere la propria azienda per decine di milioni sia il punto d’arrivo.
Libertà.
Tranquillità.
Fine dei problemi.
Poi ascolti Francesco Baschieri — cofondatore di Spreaker — e scopri una realtà molto più complessa.
Nel 2020 Spreaker viene venduta a iHeartMedia in un’operazione da circa 52 milioni di dollari.
Per molti sarebbe il finale perfetto.
Per lui, invece, è stato soprattutto la fine di un gioco.
Ascolta “390 – Francesco Baschieri: cosa succede davvero dopo un’exit da 52 milioni” su Spreaker.“Non avevo più il biglietto della lotteria”
Durante l’intervista, Baschieri usa una metafora interessante.
Finché possiedi una startup, vivi in uno stato simile al gatto di Schrödinger:
la scatola potrebbe contenere tutto… oppure niente.
La tua azienda potrebbe diventare enorme.
Oppure crollare.
Quando arriva l’exit, però, il gioco si chiude.
Il valore si cristallizza.
Il “biglietto della lotteria” sparisce.
Ed è lì che molti founder sperimentano qualcosa di cui si parla pochissimo:
una forma di vuoto.
Costruire un’azienda e costruire una vita sono due giochi diversi
Uno dei passaggi più forti della conversazione riguarda proprio questo.
Baschieri racconta come, dopo anni di startup, fundraising, crescita e pressione continua, abbia capito una cosa:
Costruire un business e costruire una vita non coincidono automaticamente.
Anzi.
Spesso il primo divora il secondo.
Dopo l’acquisizione, lui resta dentro Spreaker per oltre tre anni come manager nella corporate americana.
Non era più il founder libero di decidere tutto.
Era diventato parte di una macchina molto più grande.
Budget.
Riunioni.
Processi.
Politica aziendale.
Una situazione economicamente privilegiata, certo.
Ma lontana dalla libertà che molti associano al successo imprenditoriale.
Perché oggi rifiuta il gioco del venture capital
Questa esperienza ha cambiato profondamente il suo approccio.
Oggi Baschieri sta costruendo nuovi prodotti nel mondo podcasting e AI con una filosofia quasi opposta rispetto al modello startup classico.
Niente ipercrescita forzata.
Niente pressione da investitori.
Niente corsa disperata alla “next big thing”.
L’obiettivo è diverso:
- creare prodotti utili
- lavorare con persone scelte
- mantenere flessibilità
- evitare il burnout permanente
È una visione molto più vicina al concetto di “business lifestyle” che alla narrativa Silicon Valley.
E infatti dice una cosa importante:
“Gli investitori hanno 30 aziende in portafoglio. Tu ne hai una sola.”
Da Spreaker a PodSEO: podcast, AI e discoverability
La parte più attuale dell’intervista riguarda però il futuro dei contenuti.
Baschieri oggi lavora a PodSEO, un sistema pensato per aiutare i podcast a migliorare visibilità, discoverability e crescita organica.
Secondo lui, il cambiamento in corso è enorme.
Le persone non cercano più soltanto su Google.
Chiedono direttamente agli assistenti AI.
ChatGPT.
Perplexity.
Gemini.
Claude.
Questo cambia radicalmente il modo in cui contenuti, brand e creator vengono scoperti.
GEO: la nuova frontiera della visibilità
Nel podcast si parla anche di GEO (Generative Engine Optimization).
In pratica:
come fare in modo che un contenuto venga citato dagli assistenti AI.
Secondo Baschieri, siamo ancora all’inizio.
I sistemi cambiano continuamente.
Ma alcuni pattern stanno emergendo:
- contenuti ben strutturati
- segnali di autorevolezza
- chiarezza semantica
- distribuzione multipiattaforma
- presenza consistente online
Non basta più “esistere”.
Bisogna essere comprensibili agli LLM.
Ed è un cambiamento enorme soprattutto per creator, aziende e media indipendenti.
La storia del podcaster da 500.000$ all’anno
Uno degli aneddoti più assurdi dell’intervista riguarda un creator americano.
Da solo.
Con un podcast di storie horror.
Faceva circa mezzo milione di dollari all’anno tramite advertising.
Come?
Pubblicando continuamente nuovi episodi e sfruttando la natura “subscription-based” dei feed RSS.
Eppure, nonostante il denaro, il suo sogno era un altro:
tornare a fare il conduttore radiofonico tradizionale.
Un altro esempio perfetto del fatto che soldi e significato non coincidono automaticamente.
Miami, New York e il costo invisibile dell’ambizione
Interessante anche la parte sulla vita americana.
Baschieri ha vissuto tra San Francisco, New York e Miami.
E descrive New York come una città che “ti travolge se smetti di correre”.
Ritmi estremi.
Pressione continua.
Competizione costante.
Miami invece rappresenta oggi per lui qualcosa di diverso:
più spazio mentale.
Più libertà.
Meno pressione sociale.
Non necessariamente meno ambizione.
Ma un rapporto più sostenibile con essa.
Le cose che non cambiano mai
Verso la fine dell’episodio emerge forse il concetto più importante.
In un mondo che sembra cambiare ogni tre settimane — AI, startup, mercati, algoritmi — Baschieri dice che la vera bussola è capire cosa non cambia.
I bisogni umani fondamentali.
Status.
Relazioni.
Desiderio di appartenenza.
Sicurezza.
Libertà.
È lo stesso principio citato da Bezos:
concentrarsi sulle cose che resteranno vere anche tra 10 o 20 anni.
Ed è probabilmente una delle riflessioni più utili per chi oggi si sente travolto dalla velocità del cambiamento tecnologico.
Guarda l’intervista completa
Nell’episodio completo parliamo anche di:
- startup e salute mentale
- libertà finanziaria
- creator economy
- business bootstrapped
- AI e contenuti
- podcasting
- App Store Optimization
- Silicon Valley
- investimenti passivi
- lifestyle design
Ascolta l’episodio completo:
Risorse menzionate:
- “Come sempre” di Morgan Housel
- “Piccolo Libro della Scrittura Persuasiva” di Andrea Lisi
- Intervista di David Pilco a Francesco + la sua storia
- Richiedi la tua Analisi di Visibilità AI e la strategia personalizzata
Se ti è piaciuta questa intervista, apprezzerai anche quella ad Andrea Battista, CEO di Next Insurance e autore di “Exit Strategy”
FAQ
Chi è Francesco Baschieri?
Francesco Baschieri è un imprenditore italiano del settore tech e podcasting. Ha co-fondato Spreaker, piattaforma di hosting e distribuzione podcast poi acquisita da iHeartMedia nel 2020.
Quanto è stata venduta Spreaker?
Spreaker è stata acquisita da iHeartMedia in un’operazione da circa 52 milioni di dollari.
Cos’è Spreaker?
Spreaker è una piattaforma per creare, ospitare, distribuire e monetizzare podcast, utilizzata da creator e aziende in tutto il mondo.
Cos’è la GEO (Generative Engine Optimization)?
La GEO è l’ottimizzazione dei contenuti per gli assistenti AI come ChatGPT, Gemini, Claude e Perplexity, con l’obiettivo di aumentare visibilità e citazioni nei risultati generativi.
Perché molti founder soffrono dopo aver venduto un’azienda?
Molti imprenditori vivono una perdita di identità e direzione dopo un’exit, soprattutto quando il business occupava gran parte della loro vita e del loro senso di scopo.
Cos’è il “biglietto della lotteria” nelle startup?
È la metafora usata da Baschieri per descrivere il potenziale ancora aperto di una startup privata: finché non vendi, tutto può ancora succedere. Dopo l’exit, quel potenziale si trasforma in un valore definitivo.
Qual è oggi la filosofia imprenditoriale di Francesco Baschieri?
Oggi punta a costruire business più sostenibili, profittevoli e flessibili, evitando la pressione tipica delle startup finanziate da venture capital.
Perché nell’intervista si parla di Miami e New York?
Perché Baschieri racconta le differenze culturali e di stile di vita tra le due città, collegandole al rapporto tra ambizione, lavoro e qualità della vita.
Trascrizione:
Bentornati al podcast del Baffo, qui Andrea Lisi, eh imprenditore e autore, conduttore di questo canale dal lontano 2016 e oggi ho un ospite d’eccezione che, come qualcun altro degli intervistati in precedenza, ha creato e venduto un’azienda, anzi più di una, però una molto famosa, multimilionaria, che tra l’altro è connessa anche alla storia di questo podcast. E parliamo però anche di tanto altro, perché negli ultimi anni mi sono reso conto che molti imprenditori, anche parlando con ascoltatori di questo canale, non stanno cercando davvero solo di fare soldi, ma spesso vogliono più controllo, più libertà, più significato, insomma, nei loro progetti. Quindi io stesso poi qualche mese fa ho raccontato un po’ la mia storia di come mi sono sentito un po’ perso, senza una direzione, dopo aver raggiunto un primo livello di libertà finanziaria e, e spesso ho riflettuto che ci accorgiamo che, insomma, costruire un’azienda e costruire una vita sono due giochi diversi in cui uno va un po’ a detrimento dell’altro, insomma, ma non deve essere per forza così. Quindi oggi sono contento di parlare con Francesco Baschieri. Benvenuto Francesco. Grazie Andrea, grazie per avermi. Allora, Francesco, eh faccio una brevissima intro perché per chi non ti conosce ancora, magari non frequenta il mondo delle startup, insomma, tu hai creato con altri soci, eh Spreaker, che è appunto, come menzionavo prima, l’azienda su cui è ospitato questo podcast da più di 10 anni. E tu l’hai creata e poi l’hai venduta a iHeart che è l’attuale, insomma, proprietario, una, uno dei più grandi conglomerati, insomma, nel mondo media americano. E tu stesso vivi adesso lì da qualche anno, sei a Miami oggi se non erro, giusto? Sono a Miami, sì. Ecco. Vivo negli Stati Uniti da quasi 10 anni full time. Wow, ecco. Avevi avuto già altre, diciamo, avventure prima imprenditoriali, no? Perché sei arrivato a fondare Spreaker, mi pare che fossi oltre la trentenne già. Credo di averla fondata, avevo sui 34, 35 anni e adesso ne ho parecchi di più, e parecchi capelli bianchi e grigi in più. E prima però avevo fatto un’altra azienda con una compagine sociale simile, nel senso che c’erano, ehm, cioè i soci dell’azienda precedente sono entrati tutti in Spreaker, ne sono entrati due, due nuovi. Quindi eravamo una compagine di soci in Spreaker di sei persone, fondatori, abbastanza grossa, atipica, però utile appunto. Mentre la società precedente si chiamava Oi Media, eravamo quattro di questi sei, facevamo una cosa completamente diversa. Facevamo hardware, apparecchiature per Bluetooth marketing, che andava abbastanza di moda- Diciamo a metà degli anni 2000. Erano sistemi per trasmettere dati digitali utilizzando Bluetooth sui telefoni in prossimità, quindi un apparecchio che è messo lì eh o ti spara a modello spam dei messaggi sul telefono, oppure lo cini, lo tocchi e lui ti manda, ti manda il messaggio. Appunto, noi eravamo i produttori della tecnologia, poi come lo usavano i clienti non era– andava un po’ dal– abbiamo, abbiamo fatto questo. Anche quella venduta, molto piccola ovviamente. E poi basta, però in realtà prima di quello le esperienze erano state abbastanza scarse, insomma, un po’ di tentativi e cose finite male, però si imparano, si impara. Ecco, tu adesso hai un altro progetto, no? Che è Pod-PodSEO, giusto? Sì, ho una, una nuova azienda fondata con eh un altro paio di soci. Uno di questi soci è storico, appunto era già nelle, nelle aziende precedenti. Un altro invece è un ragazzo che era nostro dipendente in Sprickr. E in realtà sì, l’azienda vera e propria ha un altro nome, si chiama Antani Labs. Volevamo fi– io volevo finalmente un’azienda che cominciasse con una lettera eh presto nell’ordine alfabetico, perché tutti i miei progetti precedenti cominciavano con la S, con la W, quindi eravamo– quando elencavano per nome eravamo sempre gli ultimi. Invece volevamo trovare un nome che cominciasse con la A, ma anche perché ehm vogliamo fare più progetti. Quindi adesso in realtà abbiamo due tool, sono PodSEO e Podview. PodSEO è un sistema per visibilità, intelligence e cres-crescita dei podcast. Poi se vuoi andiamo un po’ più nel dettaglio, però insomma per aiutare chi fa podcast e ha l’anima un po’ del marketer a crescere in maniera organica. E Podview invece è un prodotto abbastanza semplice come concetto, insomma, che partendo da un podcast crea un sito web che può essere un sito web normale, non avere altre pagine, però l’anima di questo sito che lo tiene in piedi è il podcast, quindi parte da un feed e da lì crea, crea il contenuto sul web. Ecco, questo- Poi lanciarne altri. Ecco, questa è l’idea di, appunto di questo, di questa società. Sì, quindi sei, sei rimasto diciamooo nel– dietro le quinte del mondo podcasting comunque, ecco, quindi passando da un’azienda all’altra. Noi, noi siamo sempre stati dietro le quinte e va bene che sia così, perché alla fine chi deve stare davanti sono i creatori di contenuti, no? E io purtroppo sono una schiappa come creatore di contenuti. Non, non sono– non è il mio mestiere, non, non sono capace di farlo. Ammiro molto chi lo fa, con un po’ di– un pizzico di invidia anche perché, insomma, piacerebbe anche a me avere un– la possibilità, come fai tu, di promuovere quello che faccio- Eh, u-utilizzando i, i contenuti digitali, ma non sono capace, quindi faccio altro. E in realtà il motivo per cui siamo rimasti in questo ambito è, è, è alla fine è tattico, no? Poi magari adesso ve– parliamo un po’ della storia, ma saltando un po’ qua e là, dopo l’avventura di Sprick, ehm, che è finita appunto con l’acquisizione, io, io sono rimasto, così come il mio socio, a lavorare come dipendente per l’azienda che avevamo fondato, sostanzialmente, manager, eh, quindi no– cioè dipendente, ma comunque con poteri decisionali, per tre anni, eh, quando i padroni erano altri, erano IART. Poi alla fine, in uno dei soliti riassetti societari, ovviamente c’è stato detto che non c’era più bisogno di noi per fare i manager. C’è stata una separazione abbastanza, ehm, tranquilla. In realtà dopo tanti anni è anche una cosa che tutto sommato ci ha fatto piacere. E poi però ci siamo trovati nella situazione di dire: “Vabbè, adesso che cosa facciamo?” E, e tra l’altro venendo non da anni in cui hai fatto l’imprenditore, perché negli anni in cui facevo l’imprenditore, se mi fosse successa una cosa del genere, io per un anno sarei stato in spiaggia perché lavoravo 20 ore al giorno e facevo tanto. Ma dopo tre anni in cui ero diventato dipendente, il livello di stress e di sofferenza sul lavoro si era un po’ abbassato e quindi io avevo voglia di, di fare altro. E per un po’ di mesi sono stato alla ricerca di qualcosa. In realtà studiavo, mi guardavo attorno, sono tornato alla mia passione originale che è quella per lo sviluppo software. Io come background sono un software engineer, poi nella mia carriera lavorativa il lavoro di sviluppatore, pagato da qualcuno per fare il lavoro di sviluppatore, l’ho fatto solo per i primi tre anni e poi sono migrato a fare altro. E in realtà volevo, volevo tornare a fare un po’ di codice, queste cose. Quindi mi sono rimesso a studiare, tra l’altro in un momento, e non lo sapevo all’epoca, in cui lo sviluppo del software sarebbe cambiato radicalmente nel giro di pochi mesi, no? Insomma, io ho cominciato a fare questo a, boh, un– il 2024, insomma, un anno dopo era tutto cambiato. Bene, però bello, anche perché ha, ha, ha messo il livello uguale per tutti, no? Però insomma, alla fine dopo un po’ che facevo queste cose, facevo dei, del, delle robe, delle idee per gio– per, per me, ho sentito un po’ il bisogno di fare qualcosa che avesse un senso, perché l’altra mia grossa passione è appunto quella di creare prodotti e aziende che usano– cioè, aziende che creano prodotti che sono usati da altre persone. E quindi, boh, ero alla ricerca di qualcosa per, per fare in modo che queste– le cose che facevo non fossero solo dei giochi. Ehm, e ho avuto tante idee in ambiti particolari, però appunto avendo questi capelli bianchi adesso la, la roba che so è che è molto difficile inventarsi qualcosa a tavolino, chiusi nella stanza, che serve a un mondo che non conosci. E io l’unica cosa che conoscevo, perché ci avevo lavorato per gli ultimi 15 anni, era il mondo del podcast in particolare, magari un po’ di più il mondo del digital media, eh, in grande, che ovviamente ha molte sfaccettature. Negli ultimi anni a Spreaker eravamo diventati sostanzialmente un prodotto di ad tech, advertising technology, quindi, eh, gestivamo tutta la parte pubblicitaria, la tecnologia della parte pubblicitaria. Quella, devo dire la verità, non mi interessava più di tanto, per– anche perché c’è un tema di scala, no? Quelle cose lì funzionano bene quando gestisci milionate di, di richieste al giorno. E quindi tornare un po’ alle origini, se vogliamo, quello che avevamo fatto tanti anni fa con Spreaker: servire un mercato che è quello dei-dei creatori indipendenti, che ci era andata fatta bene, quindi, quindi ci è venuta questa cosa di Podest IO, che in realtà è una roba che avevamo– i-io personalmente avevo nella testa da anni perché, eh, ripeto, sono un-una persona che– di, di tecnologia, no, che sta dietro le quinte, quindi io ne– il mio problema quando facevo Spreaker era promuovere Spreaker come applicazione. E ci sono stati anni in cui noi avevamo delle app mo– su mobile che erano incredibilmente popolari. Avevamo questa app che si chiamava Spreaker Studio, che poi l-l’abbiamo riunita nella Spreaker principale, che faceva milionate di download su Android, ehm, e il modo in cui le faceva era, eh, crescita organica. Ehm, perché avevamo imparato tutta una serie di tecniche, anche copiando gli altri, soprattutto copre-copiando gli altri, in cui devi saltare fuori nei motori di ricerca delle app quando le persone cercano qualcosa che ha, ha vagamente a che fare con quello che fai, no? Eh, quindi tutte strategie come cambiare il titolo dell’app ogni settimana o due, no? L’app si chiama sempre uguale, però ha un, una tagline, un sottotitolo, insomma, qualcosa che viene dopo un separatore che include delle parole, ehm, fare SEO, fare pubblicità, insomma, tante cose di questo tipo per cer- Quella era App Store Optimization, o come se la, la chiamava? App Store Optimization, esatto, si chiama ancora così credo, anche se non me ne occupo più. Però insomma, è lo stesso identico problema. Io vedevo da un lato che su iPhone, sostanzialmente, quindi sull’Apple App Store, c’era un’interfaccia ed era la stessa interfaccia più o meno che c’era sul vecchio iTunes, che poi è stata rinnovata e adesso è Apple Podcast, ma il motore sotto è sostanzialmente lo stesso, no? Quindi mi dicevo: “Ma perché io che faccio software development”, e all’epoca c’erano molte meno app che podcast, “devo spendere tutto questo tempo, il 90% del mio tempo a fare promozione?” Dopo che comunque un team di sviluppatori, di ingegneri ha creato l’app, oggetto costoso, ma il no– sai che il 90% del budget se ne va in promozione. E chi fa il podcast invece a-a– questa cosa non ci pensa più di tanto, no? Erano anni in cui i consigli erano: “Come faccio a essere seguito? Eh, devi essere consistent, mi raccomando, un episo– la, la stessa frequenza degli episodi, poi fai un-una cover art carina, fai le cose che alla gente interessano e vedrai che il pubblico arriverà”. Ecco, come– cioè, se mi dicessero così per un’app, magari ho speso centinaia di migliaia di euro di software development e poi faccio una cover carina e spero che, che i clienti– dopo due mesi sonooo, sono fallito, no? E perché non si può vedere il podcast con lo stesso sistema in cui lo vede un digital marketer? E allora c’è uno degli strumenti, uno dei tanti strumenti per fare promozione organica è Search Engine Optimization e noi ci siamo messi a, a sviluppare quello. Sì, tra l’altro è molto interessante perché consiglio a tutti, poi lo richiamo anche questo, il li– il vostro blog, che vabbè, per chi legge in inglese perché non c’è la versione italiana, però tu stai facendo un’app globale adesso di nuovo, eeeh, è molto fatto bene secondo me e, eh, si collega a un tema che io sto trattando molto negli ultimi– quest’anno, in particolare insomma della Geo, Aeo, che dir si voglia qui insomma in Italia per semplificare quindi la visibilità sulle AI, no? E date diversi consigli anche proprio come se si fosse aperta pure una nuova finestra di opportunità in– proprio in virtù della, dell’uso incrementale sempre maggiore che c’è del, dei ChatGPT e altre AI, anche per trovare consigli di qualsiasi tipo, e, e quindi anche consigli di canali da seguire, le persone possono seguire in, in audio, no? Quindi- La, la, la discovery di, di tutto sta cambiando, tanto le persone ormai chiedono agli assistenti, anche quando si fa una ricerca su Google, di fatto la maggior parte delle volte ti risponde l’assistente. Ehm, il podcast è una nicchia, eh, per carità, questa cosa cambierà tanto le ricerche di, di cose ben più importanti, però insomma è la nostra nicchia, e quindi noi cerchiamo di dare gli strumenti a chi lavora, lavora lì. E abbiamo fatto delle scoperte interessanti nell’ambito di, di quella che adesso la chiamiamo Geo, Generative Engine Optimization, però non c’è ancora un nome su cui tutti si sono messi d’accordo perché ogni settimana ne leggo qualcuno di nuovi. Però insomma in, nel cercare di saltare fuori, eh, ne-negli assistenti, no? Abbiamo, abbiamo scoperto delle cose sui podcast che non sono proprio banali, banali e tutte le settimane, ovviamente, avendo il vantaggio di avere un motore sotto che costantemente, cioè alla, alla fine i dati noi li tiriamo fuori facendo Delle ricerche costanti come se fossi un umano che sc-cerca delle cose su tutti questi motori. Eh, pr-praticamente facciamo degli esperimenti come se questi fossero delle scatole nere, cerchiamo da fuori di capire più o meno come si comportano. E ovviamente le cose cambiano di mese, ehm, perché magari questi strumenti vengono– viene fatto un retraining e quindi le risposte che danno improvvisamente cambiano perché le informazioni sono la base di training, oppure perché semplicemente vanno a prendere i contenuti da una nuova pagina indicizzata che prima non c’era. Sì, ho ben presente l’argomento perché me ne sto occupando molto con le aziende, in particolare le aziende industriali italiane che sono orientate all’export, ma in realtà interessa un po’ tutti, sia nel B2B che nel B2C, il tema, perché sta aumentando semplicemente questa quota di, di ricerca che non passa dalla vecchia SERP di Google, ma insomma dalle menzioni dentro appunto gli LM. E, eeeh, e sto, e sto facendo una ricerca anch’io e mi è piaciuto molto il modo in cui voi presentate i test, perché avete i dati proprietari, un po’ la tecnica che io imparai anni fa da Ryan Dean, quello di Backlinko, no? Che crea guide fantastiche con le proprie infografiche, i propri dati proprietari, la propria IP, diciamo, quello che è l’impatto in que-nel vostro caso, ovviamente, appunto, della discoverability dei, dei podcast, i podcast più consigliati in una certa categoria e quindi poi quali sono le best practice da prendere a esempio, da imitare magari per potersi indicizzare più, più visibili, no? Eh, la– il tema che tra l’altro tiri fuori è collegato sempre poi alla monetizzazione. Mi, mi pare che comunque no-non si scappa insomma dalla visibilità, quindi discoverability e monetizzazione. Io ne parlai anche un paio di anni fa proprio al festival a Roma con Giulio Gaudiano, il Festival del Podcasting, mi chiamarono a, a testimoniare, diciamo, dal mio punto di vista come avevo monetizzato il mio podcast. Io dicevo: il problema, la cosa che ogni tanto mi fa passare l’olio a me, è che non c’è discoverability nel sistema. Io ho sempre usato Spriger, che mi aiuta ad arrivare alle principali piattaforme, per esempio, eh, però poi mi tocca fare YouTube e altre robe perché, eh, c’è questo limite, eh, diciamo, che è il lato oscuro di quello che invece sono i tanti vantaggi di avere un canale che uno controlla com-completamente, che non è censurabile, come sappiamo, essere i podcast sul feed rispetto a essere ospitati da YouTube, Facebook eccetera eccetera, no? Ehm, il tema della discoverability è quello che tu stai affrontando adesso. Mi sembra che si sia aperto uno spiraglio, ecco, oltre quello che aveva portato YouTube e Spotify da soli, insomma, negli anni scorsi. Cioè, eh, allora, il tema c’è sempre stato, eh, anche per me– YouTube e Spotify ovviamente è strano che vengono visti dai podcaster come, vabbè, più che altro YouTube, come uno strumento per la discoverability, è un altro canale, è un altro canale di pubblicazione dove magari ci sta della gente che è diversa da quella che sta su Spotify e viceversa. È una domanda complicata, perché se io parto dal tema della monetizzazione, allora come prima cosa, eh, questo è un mio problema, io sono molto bias perché vengo da un mondo dove per 15 anni- Il, il meme principale del, del mio podcaster che era cliente di Spreaker: “Oh, adesso come faccio i soldi da questa cosa qua?” E il, diciamo, lo strumento che noi proponevamo era quello dell’advertising, che è uno degli strumenti veramente. Però parlando coi podcaster già allora, ma anche più adesso, mi accorgo che per tante persone il tema non è quello di fare i soldi con la pubblicità. Rimane il tema di fare crescere il proprio podcast, no? Quindi comunque fare più ascoltatori fa piacere, anche se in realtà io parlo con tanta gente che mi dice: “No, ma grazie, siamo a posto così, non ci interessa fare più ascoltatori in podcast, lo faccio per me.” Vabbè, ehm. Vabbè, sì, ovviamente poi dipende da chi hai davanti, eh. Sì, esatto. Gli obiettivi, insomma. Va, va bene tutto. Ehm, però sì, effettivamente se dovessi fare il, il, una lista, no, delle, dei pain point più grossi di, dei podcaster, alla fine io mi fissavo che, che fosse: “Ok, ci sto spendendo tanti– tanto, troppo denaro alla fine per fare il mio podcast, non ho un ritorno economico, ma ganetto.” Ehm, però in realtà questo era, è una conseguenza. La cosa principale del, del motivo per cui non c’è magari un ritorno economico è che, eh, diciamo, il mix tra l’audience, il tipo di audience non è quello su– necessario e sufficiente per arrivare ad avere un ritorno. Quindi se, se devi vendere pubblicità generalista devi avere centinaia di migliaia di persone che ti ascoltano. Se invece hai un canale di, boh, non so, finanza personale ne bastano molto meno perché puoi vendere dei prodotti che assolutamente in target o veicolati per proprio la cosa piccola, però il tema è sempre: dove vado a fare– a, a far capire alle persone, a far sapere alle persone che, che sto facendo questo contenuto e che questo contenuto esiste. Ricordo precisamente il momento che era all’inizio, mi pare, del 2022, in cui avete cominciato a introdurre le funzioni pubblicitarie dentro Spreaker, eh, che era una novità. 2022? Gli ad roll, almeno in Italia, almeno quello che era un po’ più sistematico. E si vedeva che era una roba nuova e che prometteva pochi centesimi, almeno per me, che era diciamo nell’ordine di, eh, qualche migliaia d’ascolti, non– pu-pure il mio, comunque il copywriting e il marketing in una certa nicchia in Italia era una roba particolare, appunto, non un pubblico di massa. E, e io trovai invece sei più facile per monetizzare, per esempio mettendo un paywall su un’altra piattaforma di tutti i primi 200 episodi, per esempio. Oppure, eh, ho sempre monetizzato, come altri media, insomma, funziona più o meno la forbice che dicevi tu, no? Pubblico di massa con prodotti entry level oppure sponsorship, oppure volendo semplificare al massimo, pubblico B2B con consulenze, servizi, altro di back end. Bene. Un pubblico molto più, più ristretto per magari fare gli stessi soldi, se non di più, eh, senza essere famosi, ecco, davvero. Eh e io pubblico anche tanti libri, lavoro con i libri, mi pare che ci, ci siano molte analogie nei media, anche se il podcast è qualcosa che ti entra in testa, diciamo, tutti i giorni, tutte le settimane. Dinamiche di media, di canale media sono abbastanza simili. Sì, le cose, le cose nei podcast. Allora, Spreaker spinge su-sulla monetizzazione via pubblicità perché è il suo modello di business, no? Spreaker guadagna i soldi prendendo una piccola quota della pubblicità che riesce a iniettare nel podcast, un po’ come fa Google con Ads. Ehm, e quindi alla fine cerca di promuovere questo, questa cosa che per tutti la modalità migliore debba essere quella, anche se in realtà nel tempo ha introdotto, eh, i paywall, ha introdotto altri tipi di feature, però insomma il, la, la base della dieta finanziaria di Spreaker viene da quella cosa lì. E avevamo utenti indipendenti, cose insospettabili che facevano valangate di soldi, ma valangate veramente. Cioè, c’era una persona da sola che fa questo show di storie del terrore e che ha capito benissimo come craccare il codice. Il podcast è un, un media in abbonamento. Sostanzialmente iscriversi a un feed RSS significa che poi c’è qualcuno che quasi ti pusha in automatico le cose sull’app, no? È l’app che se la scarica da sola per averle lì, però insomma, sostanzialmente quando hai un subscriber, quel subscriber lì non è a vita, ma quasi. E, e quindi il side effect di questa cosa è che più contenuto tu butti fuori, più download fai, perché in automatico c’hai tutti i subscriber che lo fanno. Questo qua faceva tre puntate al giorno, sei giorni a settimana, di storie del terrore, anche riprendendo quelle vecchie, le infarciva di ads, tanto alla fine la gente stava lì e se le ascoltava lo stesso perché era un’oretta di lui che conversava a voce radiofan-fonica e portava a casa tipo mezzo milione all’anno solo di questi piccoli annunci pubblicitari no, con valangate di soldi. Faceva molto contenti noi perché anche noi portavamo a casa tanti soldi come la quota di lui. E però era insoddisfatto, infelice di questa cosa. Questa è l’altra cosa che mi lasciava un po’ perplesso, no? Perché ex conduttore radiofonico, dove tipo nel sud degli Stati Uniti, dove forse il suo stipendio annuale sarà stato una cinna dollari, ehm, il suo sogno era tornare a fare il conduttore radiofonico, anche se guadagnava dieci volte tanto adesso a fare questa cosa. E quindi quando gli hanno dato la possibilità, lui ha sme- si è messo part-time a fare il podcast perché comunque il suo sogno era parlare in radio, no. E quindi boh, sì, ci sta. Tanta gente dice ha l’idea: come faccio soldi, come faccio più audience, altre cose. Lui aveva un altro progetto nella vita, è stato questo. Gratificazione di altro, di altra forma insomma. Io volevo dare un attimo di contesto perché, ripeto, come ho detto all’inizio, chi vuole poi andarsi ad ascoltare un po’ la storia, c’è un’intervista interessante che hai fatto forse un anno, un annetto fa in cui raccontavi ma, mmh, Spreaker è stata venduta se non erro per 52 milioni? Sì, nel 2020. Nel 2020. E tu sei rimasto per quanti anni come CEO, come amministratore? Eh, sono, me ne sono andato a marzo del ’24, quindi tre anni e un po’, tre anni e tre mesi dopo l’acquisizione. Ecco. Ehm, volevo parlare un po’ di questo anche, no? Di quello che è successo dopo. Ora siamo saltati all’a-all’attualità, però tanta gente sogna, no, di, di, cioè investe magari tanto in un’azienda anche ben progettata per scalare, ehm, e gli startupper con– alla fine sono questo, no? Lo fanno nel mondo tech, eh, per poi vedere l’exit come una forma di liberazione, ma per te come è stato in quel momento lì, visto che poi hai fatto quel-quello che in gergo si chiama un earn out, no? Tu sei rimasto dentro, diciamo sei anni- Sì, allora tecnicamente noi non avevamo earn out, questa è la cosa interessante di questo deal. Noi siamo stati pagati tutti e subito, eeeh, poi però avevamo un contratto blindato con, cioè sostanzialmente non potevamo andarcene. Per carità, trattati, trattati bene, ma soprattutto anche divertente perché di fatto, eh, il 90% del lavoro non è cambiato. Io facevo quello che facevo prima. Avevo meno libertà su alcune decisioni, eh, tipicamente quelle sui contratti a lunga scadenza, quindi boh, assunzioni persone, che, che è la cosa per cui, eh, alla fine litigavamo sempre, dovevano essere approvate da, dalla casa madre o comunque dal mio capo, altre robe. Tutto il resto, boh, io presentavo dei budget, c’era una gran rottura di scatole di ma- budget che prima magari in una settimana ci mettevamo d’accordo, qui durava quattro mesi di processo per avere il buy in da tutta la corporate e altre robe. Devo dire che noi abbiamo venduto in un anno in cui stavamo già cominciando a crescere alla grande, ma poi gli anni del subito dopo Covid, eh, ogni anno per i primi due anni raddoppiavamo tipo il fatturato, è stata una, una crescita veramente pazzesca e quindi questo ci aveva comprato a-abbastanza goodwill e abbastanza libertà di azione con, con la corporate, che però alla fine essendo una corporate è, è abbastanza ingessata, comunque delle cose non, non, non bypassavano. Eh, per me, boh, alla fine io mi ero messo in testa, dico: “Boh, alla fine ho fatto ‘sta cosa, finisco la carriera”. Io ero molto contento quando abbiamo fatto la exit per un motivo, perché per me fino al giorno prima della exit tutto quanto poteva crollare come un castello di carte. Era 10 anni che facevo questa cosa. Eh, i primi anni bagno di sangue, fatica, sudore, lacrime. Questa cosa, mh, non andrà da nessuna parte, chi lo sa, eccetera. Ma mano a mano che crescevamo questa, quella, quel, questa roba e questa idea non, non se ne andavano, no? Perché comunque sì, cioè, a un livello di tranquillità magari nel breve un po’ più, più solido, perché dici: “Boh, vabbè, non è che dall’oggi al domani non c’è più niente”. Però insomma l’i-l’idea che possa tutto cambiare perché, boh, gira il mercato, se ne vanno delle persone chiave, ehm- È, è abbastanzaaa, è, è sempre radicata dentro chi fa impresa, soprattutto quando hai preso dei soldi da delle persone. Noi avevamo dei, degli investitori che francamente erano anni che volevano uscire da questa cosa, no? L’investitore, anche il business angel nella sua testa ha: “Io ti metto 20.000 € o 10.000 € e fra cinque anni li riprendo con un 2x, 3x, 5x, 10x”. Ne erano passati 10, quindi gli investitori del, dei primi anni non erano particolarmente contenti, anche se il valore sulla carta di, di quello che avevano era cresciuto, non, non erano liquidi. Era super, super rischioso questa cosa, quindi era anni che sentivo sbuffare queste persone e non troppo felici. E questa roba io me la portavo dentro. Quindi quando abbiamo fatto l’exit, per me la vittoria più grande è stato: “Ok, finalmente scrivo parola fine su un capitelo che è stato un po’ troppo lungo”. Anch’io non immaginavo che ci sarebbero voluti 10 anni per portare questa roba alla fine. Ehm, sono arrivato al punto in cui dico: “Boh, andata come è andata, comunque devo chiudere questa cosa qua per poter cominciarne un’altra, se no io vivo sempre precario, non sapere dove, dove finiscono ste cose”, eccetera. Poi per carità di Dio è andata, è andata bene e abbiamo anche portato a casa un po’ di soldi. Potevano essere molti meno, potevano anche essere molti di più. Cioè, nel senso, alla fine, come ho detto, l’a-l’anno che abbiamo venduto avevamo avuto la stessa identica proposta economica un anno prima dalla stessa società che poi si è tirata indietro e l’anno dopo ha rifat-ha rifatto la proposta, ma noi in un anno avevamo tipo raddoppiato già tutto il, il fatturato e poi l’abbiamo raddoppiato di nuovo e poi raddoppiato di– e alla fine eravamo una, un’aziendona con, nonostante non fossimo tante persone, ma con una profitabilità esagerata, ovviamente grazie anche a loro che ci avevano messo dietro ai loro vendi-venditori, no? Quindi questo non, non è merito nostro. Ehm, però sì, insomma, uno può vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, io continuo a vederlo mezzo pieno, anche perché il problema del settore in cui siamo è che non ci sono tantissime società grosse che possono fare acquisizioni, no? Spotify ce n’era una, aveva scelto l’anno prima uno dei nostri com-competitor e, cioè, ovviamente strapagandolo, perché per Spot-per Spotify non, eh, pagare il triplo o quattro volte i soldi non era un problema. Per chi ha acquisito noi, insomma, era già un po’ più un problema e da lì in poi c’erano tutta un’altra serie di società che ci avrebbe magari acquisito molto volentieri, ma non per gli stessi soldi, per cui, ehm, alla, alla fine bisogna anche, mh, fare un po’ i conti con quella che è la realtà del mercato Beh. Eeeh, boh, sì. Ah, mi chiedevo più che altro dal tuo punto di vista personale emotivo, no? Mmh, io ho ascoltato centinaia di storie di– su, anche su tanti podcast di gente che ha venduto aziende. Tu non hai vissuto quindi, per virtù degli accordi che avete fatto, il cosiddetto exit blues, la, diciamo, un po’ la depressione per dire, o la tristezza profonda di passare da 100 a 0 praticamente nel giro di due giorni, magari quando ti è arrivato il bonifico e non, non controlli più la, la macchina. Sì, lo, lo senti un po’… Allora, quello che io ho avvertito è non avere più in mano il biglietto della lotteria. Cioè, finché tu hai qualche cosa che non hai ancora in mano è, è un po’ come, cos’è? Il, il gatto di Schrödinger, no? Nel-nella scatola può esse– in questo caso ci può essere un biglietto della lotteria o, o il gioco dei pacchi, dici. Può esserci sempre da un milione o con euro o quello con: “Mi dispiace, non hai vinto niente”, un… Due robe, no? Questo è quello che io ho avvertito perché nel momento in cui tu l’hai concretizzato, bon, alla fine c’è un prezzo, c’è un valore, quello che hai fatto è questo, hai, hai… Questo è quello che hai portato a casa, fine, il gioco è finito. Eh, quello che non ho avvertito è adesso non ho più un senso perché io ho continuato a fare esattamente lo stesso lavoro che facevo il giorno prima. Anzi, dal punto di vista professionale, per i primi mesi ero, eh, parecchio curioso perché entravo in un mondo di una corporate americana gigantesca che non avevo mai visto, quindi ero, ero super, super contento. Proprio averlo visto dopo un po’ che il 90% del lavoro era fare riunioni, fiume, tra l’altro tutte in video perché c’era il Covid, con tutte queste persone, no-non ero più tanto entusiasta, ma all’inizio molto entusiasta, no? Eh, quindi quello non mi è mancato, non… E, e poi, boh, per mia natura, ehm, quando chiudo un capitolo io sono… Cioè, alla fine chiudo più o meno tutto, no? Cioè non, non mi interessa riguardare che cosa è successo dopo su di questa cosa. Adesso sono uscito da Spreaker, ogni tanto sento le persone che ci lavorano dentro, ma non seguo attivamente che cosa stanno facendo, eh, come politiche nuove sul prodotto, sulle cose. Francamente non lo so, forse è un meccanismo di difesa, perché nel momento in cui so queste robe qua, essendo stato io a comandare, a decidere che cosa si faceva per 15 anni, più o meno, adesso farei, farei un po’ fatica a non mettermi nella stessa, nello stesso modello mentale. E da-dall’altro lato, invece, ti seiii tolto qualche sfizio, qualche premio nell’immediato dopo? Mah, era il momento del Covid. La, la verità è che non ho fatto niente, oltre al fatto di essere un po’… Vabbè, ero un po’ avanti con gli anni Già. Ehm, avevo– quando ho fatto Exite avevo 45 anni, no, forse quel-qu– se ne avessi avuti forse 30 mi sarei subito tolto qualche sfizio subito. In realtà il mio obiettivo è stato quello di assicurarmi un futuro, di poter assicurarmi che in futuro avrei voluto fare le cose che mi piacevano senza particolare ansia. Adesso sto facendo startup. Di nuovo, non ho l’ansia dal punto di vista finanziario perché comunque ho le spalle abbastanza coperte, non è che navigo nell’oro, soprattutto vivo in una città che è abbastanza costosa, però so che posso, per un periodo di tempo decisamente lungo, permettermi di mantenere lo stesso stile di vita senza, senza avere ansia, no? In, in un mondo insomma dove qui negli Stati Uniti devi pagare l’assicurazione sanitaria e la sanità oltre che l’affitto, tutte queste cose, tutto di tasca tua perché non hai un datore di lavoro che lo sta facendo. Questo secondo me è un lusso, più che, eh, comprare oggetti o… Io tra l’altro sono sempre stato una persona non particolarmente interessata agli oggetti ma più all’esperienza, no? Se, se piuttosto che comprarmi una, una macchina più bella mi faccio un viaggio o comunque un’esperienza un po’ più interessante che mi rimane un po’ di più. Questo è cambiato un po’ negli anni. E adesso anche quello non– a me non è, non è il premio. Il premio è la tranquillità. Io quello che, che volevo comprare era la mia libertà di, di poter decidere, eh, senza mettere stress su me o su mia moglie, di poter tranquillamente fare quello che volevo io. Poi magari l’ho vissuta… I primi momenti della startup l’ho vissuta anche un po’ male perché dico: “Beh caspita, dopo questo bagaglio di esperienze, anni e cose che ho accumulato, magari se mi mettessi sul mercato riuscirei a fare un sacco di soldi lavorando come consulente o come dipendente”. Però la realtà è: uno, non, non l’avevo fatto da mo’ e quindi ero anche un po’ spaventato. Eh, perché dico: “Poi cosa succede se non è vero? Cioè il mio ego che fine fa, no? E magari non è vero, magari mi metto lì e nessuno è interessato a lavorare con Francesco Baschieri, per cui questa cosa mi affossa e ho deciso di non testarla. Ma soprattutto il motivo vero è, eh: vivo negli Stati Uniti perché alla fine il lavoro mi ha portato qua, ma io ho ancora un sacco di legami con persone e cose che, che stanno in Italia o comunque in Europa. Ehm, ho bisogno di essere super flessibile nel modo in cui vivo, posso voler– io lavoro tanto, ma voglio poter lavorare come e quando mi pare a me, cioè quindi viaggiando senza che nessuno mi dica qualcosa. E queste cose non sono– non facevano scopa con le necessità di una corporate americana che sostanzialmente ti paga ma vuole che la tua vita sia per loro, no? Quindi tu sei- Torni a fare il dipendente. Sempre, sì. E qua il tempo speso per la corporate ha una, un grandissimo valore Cioè devi essere, proprio farti vedere soprattutto su, su livelli executive, un sacco di soldi, ma perché la, la tua vita sia lì. Cioè, quindi lavori 70 ore alla settimana, no, e hai 15 giorni di ferie all’anno. Eh sì, sì, immagino. Conosco un po’ di persone in America, ma, ehm, ti volevo fare un paio di domande proprio su questi temi che hai toccato gli ultimi, no? Allora, questione soldi, perché ogni tanto mi poi mi capita di parlare di finanza pure qui, ehm, sul podcast. Tu, eh, più o meno, se ti va, quello che ti va di condividi- di condividere, quanto hai, diciamo, reinvestito nella nuova startup, nella nuova azienda? Quanto tieni per le tue spese, diciamo, e, e quanto magari fai in altre cose? Prima offline mi dicevi che eri abbastanza passivo, però, eh, fai ETF, compri ETF o fai altre cose così che non… Per mettere da parte? Io ho fatto un investimento nella mia vita da, da business angel dopo che ero uscito da Spriker, è andato malissimo. Ovviamente ci sta perché avrei dovuto farne 20, ma volevo farne uno in qualche cosa che vagamente conoscevo. E poi in realtà, ehm, non so, mentre facevo Spriker avevo letto un po’ la, la storia della famosa scommessa di Warren Buffett, no? Uno dei pochi soldi che, dei pochi soldi, dei pochi podcast che io ascoltavo, eh, costantemente nella mia vita era Planet Money di NPR. E quindi boh, tutte queste– perché sono comunque ab-abba-abbastanza appassionato di economi, di, di economia comportamentale, robe che ho, che da ingegnere che ho scoperto dopo, purtroppo, nella mia vita. Ehm, e quindi c’era questa, questa scommessa. Effettivamente andandomi a rivedere un po’ tutti gli, gli insight ho detto: “Caspita, questa roba ha senso”. Cioè, alla fine se già battere il mercato è difficile, poi pagare anche commissioni per qualcuno che… Commissioni sensate per qualcuno che non ho detto che il mercato lo batte, quindi voleva andare sui fondi indice. Eh, qui il mercato degli ETF, eh, era un po’ più complicato. Io avevo Vanguard come- Il classico Vanguard, diciamo. Esatto, sì, sì. La cosa più, più… Ma proprio in seguito aver ascoltato anni fa quel, quel podcast, per cui ad esempio non ti permetteva di fare, di, di fare piccoli acquisti di altre cose sugli ETF, ma lo faceva solo sugli indici. Però sono la stessa cosa, no? C’è la parte fondo che non è prezzata in tempo reale e la parte ETF. Però io sono un grande fan di quella cosa lì, quindi io quei soldi che ho guadagnato li ho investiti in quello. Ho cercato di avere un portafoglio un po’ più spostato sull’equity e meno su fixed income, perché ho bisogno che mi duri un po’ più di tempo, ma basta. Però la roba noi– roba noiosissima, perché tanto la maggior parte del rischio nella mia vita la prendo nel-nella mia professione, l’ho presa all’epoca nella mia professione. Quindi per rispondere alla tua domanda: “Quanto hai investito nella tua azienda?” I soldi quasi zero, cioè alla fine il minimo che serviva per creare la società e, mmm- E-e mettere un attimo di soldi in cassa, tra l’altro dati come prestito finanziario. E la, la nuova società nel giro di pochi mesi era già cash flow positive, quindi quei soldi me li sono già anche ripresi indietro. Investo però tutto il mio tempo, eh, a gratis, perché in realtà noi che facciamo non ci paghiamo gli stipendi, ma li usiamo solo per sviluppare in questo momento la, e far crescere la società. E quando ci saranno dei, dei– avrà senso tirare fuori dei soldi e pagarci qualcosa, lo, lo faremo, no? Quindi quello ha un valore, ovviamente. E io preferivo in questo momento della mia vita investire il mio tempo che avrei potuto vendere a qualcun altro a fare questo. E la cosa buffa è che il 90% del-delle volte non mi sembra in realtà di, di, eh, stare lavorando perché faccio una cosa, piace no, quindi io sto facendo una passione. Certo, vivo a Miami, qua siamo quasi ai tropici, è bello tutto l’anno, io potrei andare in spiaggia al mare tutti i giorni, anche a gennaio, no? Non ci vado, arriva sera, è buio, sono ancora lì che programmo e sviluppo delle cose, dico: beh, non lo so se è stata la giornata migliore. Però in realtà sì, perché non è che puoi andare in spiaggia tutti i giorni e la mia passione è fare questo, no? Quindi sì, alla fine è questo. Scusa. Il piacere della sfida aggiunto insomma adesso nel- Sì, la sfida io non, non- Nel fare qualcosa da zero. Esatto. Eh, quello che non voglio fare è espormi a, a, a giocare il gioco del-dell’azienda finanziata, no, quello che avevo fatto con Spreaker, perché è molto stressante. Cioè, nel momento in cui accetti di avere dei capitali esterni, eh, devi per forza cam– impostare, eh, un’azienda come i-iper crescita. Non, non puoi pensare di avere un’azienda che tutto sommato fa qualcosa, diventa lifestyle, perché non potrai mai ripagare gli investitori, insomma non è quello che vogliono gli investitori. Che significa che fai delle scelte azzardate, prendendosi un sacco di rischi, rischiando di chiudere l’azienda o di fare le cose fatte male perché tanto è, è una cosa che, che gli investitori hanno messo in conto, no? Ma tu no, cioè tu da imprenditore queste cose le vivi malissimo. Quindi boh, questaaa… Perché tu da imprenditore tipicamente una ne hai azienda, ne hai 30 in portafoglio, dici: vabbè, accetto che l’80% delle cose che fate che hanno 10 così eee no, cioè tu, tu una cosa hai, su una cosa hai investito la tua vita, no? Ehm, e quindi gli ho detto, dico: no, facciamo una, proviamo a fare un’azienda che se va bene diventa un business lifestyle, eh, che deve essere una roba che ci piace, divertente, che ci dà delle soddisfazioni, perché– e la soddisfazione più grande è vedere le persone che usano il prodotto. E il fatto che paghino anche il prodotto in realtà è semplicemente una validazione di quello che hai fatto. Ci trovano del valore, tu ci hai messo tanto e loro sono disposti a pagare perché gli stai dando qualcosa, eh, priceless. Poi ovviamente, ehm- Perché adesso siamo fortunati, non abbiamo l’esigenza di pagarci uno stipendio perché se no non riusciamo a pagare le bollette, però ovviamente quando le cose ci saranno, chiaro, tiriamoci– cominciamo a pagarci gli stipendi e tirare fuori dei soldi. Però l’idea era: boh, per un paio di anni no, per un paio di anni cerchiamo di reinvestire tutto. Anche perché i primi anni sono quelli in cui con questi modelli SaaS e piccole cose, la-la persona ci pagano 20 dollari al mese, insomma, prima di cominciare a, a fare soldi a, a 20 dollari al mese come piccolo ticket passa tanto tempo, no? L’abbiamo visto, il ramp up molto lungo. Poi quando sei arrivato a, a un certo volume è anche difficile pe– che succeda una catastrofe, perché magari invece che un cliente che ti paga tutto ne hai mille che ti pagano pochino, quindi boh, alla fine le cose si mettono a posto, ma ci vuole tanto. Ehm, all’epoca Construction Tracker l’abbiamo fatto utilizzando dei finanziamenti che sono stati quelli che ci hanno consentito sia di scalare ma anche di pagarci e di riuscire a pagare le bollette intanto che, che questa cosa succedeva e ci vogliono anni, eh, però abbiamo dovuto comunque impostare le cose in maniera non ottimale, ecco, perché tante scelte che abbiamo fatto e cose che sono andate male sono state anche forzate dal fatto che dietro avevamo persone che ci obbligavano a giocare un gioco per forza, no? Sì, sì, sì. Nel-nelle aziende tech e comunque nel-nei SaaS, nei software, il modello di business è quello eee tra l’altro gli Stati Uniti in primis, anche se voi avete– so che avete preso i primi investitori in realtà in Italia, però negli Stati Uniti questo è il modello forse p-prevalente. In Italia già il venture capital è medizzato, ma se ne fa poco tutto sommato, no? Fa più Cassa Depositi e Prestiti che l’investitore privato. Anche qua in realtà è che, che quel che, che fanno le aziende con questo modello sono i più bravi a, a promuoversi, no? Però non è che gli Stati Uniti sono tutta la Silicon Valley è uguale– tutti gli Stati Uniti sono uguali alla Silicon Valley e neanche tutti là fanno business allo stesso modo. È che chi fa le cose vecchio stile non, non interessa fuori. Tra l’altro questa è una roba pazzesca, perché alla fine se devo pensare a delle aziende- Che secondo me sono mitiche, sono quelle che sono cresciute con un altro modello, no? Magari ci hanno messo tanto, ma i brand che abbiamo in Italia, no? Ferrari, ma Ferrero che ci assomiglia, altre cose. Insomma, aziende che sono cresciute, la, la piccola bottega, la multinazionale azienda top. Eh, certo, nel loro stare avranno anche loro avuto bisogno di capitali, li hanno trovati da qualche altra parte, però il modello era totalmente diverso. Cioè per piccoli pa– step successivi, sempre con un solida, no? Eeee, solo che ci vogliono anni, decine di anni, ehm, decine e decine di anni in alcuni casi. E chiaramente un investitore quella pazienza non ce l’ha e vuole l’azienda che diventa la leader nel mondo in cinque anni. E ce ne sono poche e francamente il branding di queste aziende super tech io non credo, almeno per me, non è così affascinante come il brand di queste altre aziende che invece hanno una storia pazzesca. Sì, sì, cioè senza entrare poi nei, nei modu-modi di ragionare, diciamo, da investitori professionisti, però di base, eh, è più di un anno già, noi stiamo parlando a maggio del 2026, che si parla di una bolla, di una hype attorno a-alla sovracapitalizzazione insomma di certi titoli che sono in cima a-al mondo fondamentalmente e che attirano più capitali di tutti, con l’idea che s-che si creerà una nuova infrastruttura, che questa infrastruttura sarà la nuova normalità, la nuova elettricità e tutto il resto, no? Il nuovo Internet, quello che… O qualcosa di più ancora di questo, l’apocalisse. Cioè, si fa un avanti e indietro da questo. Nel frattempo il mondo va avanti, ci sono– ecco, io per esempio ti confessavo che ho investito nell’immobiliare, in un certo segmento di immobiliare, perché, eh, lì invece c’è una validazione di 2000 anni, per esempio, di, di rendite nelle città studentesche. E così come Ferrero ha creato dei brand, ma un’azi-azienda multigenerazionale. Insomma, è difficile non puntarci su qualcosa che ha già resistito così tanto. Però Tu comunque sei emerso nel tech, no? Comunque nel– e, e ancora ti occupi di tecnologia insomma. La– saltando un attimo a, a– al lifestyle che stavamo discutendo prima, l’altra domanda era: hai vissuto in diverse città americane, San Francisco, New York e poi Miami. Come mai ti sei fermato poi a Miami? Beh, sono venuto a Miami subito dopo il Covid. L’avevo vista prima, è una di, di quelle città che ti sembrano bellissime da fuori, dici: “Ma perché non vengono tutti a vivere qua?” E poi in realtà quand-quando c’è stato il Covid, l’impressione è che tutti fossero venuti a vivere qua. Ehm, a Miami, cioè, se, se a uno piace la natura e il mare, il clima secondo me è pazzesco. Poi tutti ne parlano male per il clima perché d’estate è molto caldo, è vero, è molto caldo, ma io quando vengo in Italia d’estate ho– trovo molto più caldo che a Miami. Poi qui c’è– tutti hanno la piscina, c’è il mare, l’aria condizionata è ovunque, alla fine tutta ‘sta sofferenza… Io sono– però sono venuto qua per motivi squisitamente personali, perché avendo fatto i primi due anni della pandemia a New York ero, ero veramente in burnout, no? Il, il primo anno è stato l’anno in cui c’era il periodo della vendita di Sprig, è stato comunque un processo che è durato da agosto a ottobre del 2020, dopo avere vissuto i, i primi mesi chiusi in casa eccetera. E poi comunque anche lavori in un team. Io in realtà lavoro da– lavoravo da una stanza di casa mia, mmm, i mi– il capo che– la persona che ci ha acquisiti eccetera non l’ho mai neanche visto di persona. Per due anni facevamo le riunioni con lui che comunque si era spostato, aveva la casa in Vermont o a– in Colorado, quell’altro che era da altre parti eccetera. Ad un certo punto ho detto: “Sentite, è un problema se io vado a vivere a Miami, tanto a voi cosa ve ne frega, no?” E quindi sono venuto qui. Eh, poi la città a mia moglie ancora non è entrata nel cuore. Lei– effettivamente rispetto a New York la cultura è molto diversa. Qua è tutto latino, quindi se non sei affascinato da quel tipo di cultura, eh, non c’è molto altro. Chiaramente rispetto a New York qualsiasi città del mondo offre una frazione da, dal punto di vista dell’offerta culturale e delle cose da fare. Però sulla carta checkava, nel senso che comunque m-marcava tutte le, le box, no? Quindi era, era a posto su tutto: è una città sufficientemente grande, con un aeroporto internazionale, con una comunità di expat. E devo dire che anche viverci è piacevole. Chiaramente s– non c’è quasi niente di tech, non è una città, ecco, che ti mette alla prova da-dal punto di vista- Eh. No, no, de-de-delle che girano e che circolano attorno come New York e San Francisco. San Francisco sono più o meno scappato perché, ehm, ero là convinto di, di fare un’azienda tech all’inizio di Spreaker, eh, poi facevo veramente fatica a vivere, non c’avevamo soldi, eeeh, era tutto un altro mondo, ma in realtà Spreaker era un’azienda media, cioè il tech a supporto della, della parte media. A New York devo dire, eh, ha connesso un po’ tutti i puntini perché l’industria media, l’industria advertising era lì e all’inizio non mi piaceva, poi dopo un po’ ho cominciato a, a, ha cominciato a entrarmi sotto la pelle e a piacermi tanto. Tanto è vero che ci torno spesso, solo che New York è una città ante. Io, cioè, lì e anche a San Francisco vivi molto no, la pressio- la peer pressure delle persone che sono attorno a te, che devono comunque, eh, devono farcela, stanno lavorando, stanno veramente tanta fatica. Miami è molto più rilassata, quindi io dico adesso, in questo momento della mia vita io non dico che ho già dato, però insomma quel tipo di stress 24/7 non, non lo voglio più. Mia moglie invece, boh, lei, boh forse lei ha vissuto una cosa diversa. Io vivevo questa cosa di New York, ricordo sempre, tipo le prime volte che ci andavo vi-viaggiavo da San Francisco a New York per eventi e cose e noi lavoravamo durante il giorno, poi alla sera avevamo queste presentazioni, eventi, investitori, cose che cominciavano tipo alle otto e mezza di sera, andavano via a mezzanotte, dove noi avevamo fatto non so, rinfresco, chiacchiere, qualche bicchiere di vino di troppo. Negli studi legali c’erano a mezzanotte le segretarie che stavano ancora lavorando. In alcuni casi dicevo: “Ma cosa fa sta gente?” Che ovviamente poi prenderà i mezzi e andrà in New Jersey o da-da altre parti a vivere perché non vive lì a Manhattan e domani mattina alle 9 di nuovo in ufficio, no? Che vita fanno? Commute di 4 ore al giorno Sì, cioè no, ma più che altro lavori fino alle nove di sera e poi dopo torni a casa a mezzanotte. Noi, noi eravamo lì, alla fine era un misto tra lavoro e, eh, relax, insomma, attività. Queste, queste poverette erano alla loro scrivania che stavano ancora finendo delle cose. E abbiamo avuto molto da pensare su, sulla qualità della vita, no? Poi invece ti accorgi che non è così, però insomma, New York è una città dove devi essere sempre di corsa, se no– se, se smetti di correre, a meno che non sei un billionaire, la città ti travolge. Ti travolge perché non riesci a stare sotto e, ed è un motivo per cui tanta gente è scappata. Sì, io la prima volta ne ho sentito parlare dalla mia vecchia fidanzata che avevo nel 2013 a Taiwan, vivevo a Taiwan da studente ancora, e, e lei era di, eh, diciamo di, di New York da parte del padre e mi diceva che lei quando andava a New York doveva camminare da newyorkese, perché a New York si cammina die- a 10x, come per usare una metafora di 3x da– attuali di YouTube e così via. Cioè si, si va tutti quanti– che è un po’ la dinamica delle metropoli, però lì è all’ennesima potenza, insomma. Sembra– sembri strano se- Sì, sì, è un’ottima metafora. È vero, perché in realtà i marciapiedi sono stretti e se ti fermi le persone che vogliono passare si, si arrabbiano in maniera molto rude, ti spostano perché hanno fretta. Però è, è così in tutto, no? Cioè è tutto– tutti i ritmi molto più alti, quindi tutto super compatto. La gente tipicamente non torna a casa, no? La, la gente esce, lavora, fa, fa la serata, poi torna a casa tardi, le case sono tutte piccole, magari scomode, però– perché costano tanto, perché poi comunque la gente non ci vive nella casa, se vivi a Manhattan, altre cose. Se vuoi una casa da vivere devi spostarti sempre più fuori. Io ad esempio volevo una casa con degli spazi in cui vivere. Eravamo andati a finire a Brooklyn, abbastanza lontano, avevamo il giardinetto dietro. Bello, eh, però insomma, vabbè, cosa me ne faccio allora di vivere a New York se passo le mie giornate in salotto a lavorare, a non uscire, e alla sera sono troppo stanco per andare a teatro o al bar. Non per me. Sì, sì. Beh, allora, domanda che sembra ovvia magari, eh, che ti dovrei fare insomma a questo punto, però, mh, hai mai pensato di tornare in Italia o ci sono troppi svantaggi nella tua situazione? No, ci, ci penso sempre. Da, da mo– io dovevo venire negli Stati Uniti full time e starci due anni, questo era il progetto: vendere e poi tornare in Italia. Ne sono passati, come dicevo, quasi dieci da quando sono venuto full time. Prima ero qua comunque due o tre volte l’anno. Eh, tornerei, non so se in Italia o in Europa, dipende. Eh, io tornerei in Italia per i genitori, altre cose, però- Capisco che magari devo trovare un accordo con mia moglie, potrebbe non essere la soluzione ideale. La soluzione ideale potrebbe essere un’altra città, magari non so, in Spagna con un bel clima a due ore di volo da Bologna dove sono i miei eccetera. Ehm, adesso quello che stiamo cercando di fare è prendere la cittadinanza americana, perché comunque abbiamo vissuto qua tanto, abbiamo investito tanto nella nostra vita, ci piacerebbe tornare a casa con qualcosa. Noi in questo momento abbiamo la green card che siamo equiparati a un cittadino sostanzialmente in tutto, quasi tutto. Però nel momento in cui no– ce ne andiamo, rinunciamo e questa cosa non, non– basta che stiamo fuori sei mesi dagli Stati Uniti e, e la perdiamo, no? E questo è un problema. Quindi ho ancora un annetto, poco più di un anno da fare qua per fare domanda. E una volta che ho la cittadinanza, poi alla fine posso anche andare a vivere da un’altra parte e quando torno qua tutto, eh, ritorna come prima, no? Quindi questo, questo è l’obiettivo. Non sto qua perché sono innamorato degli Stati Uniti. Io s– anzi, in questo momento, boh, vorrei vedere anche altri posti. Ho già piegato un’enorme parte della mia vita negli Stati Uniti. Il mondo è grande, sarei curioso di vedere altre parti del mondo. Allora io poco, poco prima che scoppiasse la guerra, tipo una settimana prima, ero in vacanza in Oman con la mia famiglia. E poi tipo se, se, cioè, avvicino anche lo stretto di Hormuz non ci sarei– non sarebbe mai più potuto ricapitare. Eh, come stile di vita finché non crescono i figli pure io insomma non penso che mi sposterò, però, mmm, non si può mai sapere. Insomma, avendo principale attività di generare cose belle è questa, che magari ogni tanto forse state davanti al computer chiusi in una camera, cioè lo si dimentica, ma potenzialmente puoi stare veramente ovunque. Ehm, volevo chiudere un attimo su un paio di consigli, se ti va, insomma, se c’è qualcosa in questo momento, in generale pure all time, che cons-consiglieresti: un podcast e un libro. Uh, ok. Podcast faccio un po’ fatica perché nonostante il lavoro che faccio non ne consumo tanti. Riesco a con– a, a sentire solo quelli, quelli che nel, nel gergo di Spreaker erano quelli che non andavano bene per Spreaker, no, tipo le miniserie da otto episodi o queste cose che costa un sacco produrli e non ritornano mai con la pubblicità, sono quelli da Netflix. Quindi io amo Pablo Trincia per dire, ascoltare le cose italiane, amo questo tipo di, di racconti documentaristici, Craimoni. Però ecco, sui podcast non mi sento di consigliare niente perché non sono ferrato. Sul libro invece, ehm, adesso fo-forse è un po’ di nicchia. Ehm- C’è una– uno scrittore, ehm, che adesso non mi, non mi viene come si chiama, quello che ha scritto “The Psychology of Money”. Morgan Housel. Morgan Housel, ok. Tra l’altro storia pazzesca di vita di questo qua, perché lui lavora per un fondo di investimento, è un ex attore professionista, ha scritto ‘ste cose, quindi è un comunicatore, no? E ha scritto un altro libro che si chiama, ehm, “Always the Same”, se non sbaglio, che è, ehm, sulle cose che non cambiano. Cioè i- Ah, ok. Io l- Sì, sì, ho presente, ho presente. Esatto. La, la roba che trovo molto interessante e che tra l’altro ho sentito dire da persone è: quando il mondo cambia, sembra che cambi molto velocemente, bisogna focalizzarsi sulle cose che non cambiano. Una volta feci una– avevo seguito un seminario di un professore di antropologia che era venuto a insegnare una cosa all’università, io studia– e questo, e questo diceva: “No, guardate che però alla fine gli esseri umani”, antropologia e design, dice: “Alla fine più o meno si-sia sempre uguali, no? Cioè una volta nella caverna uccidevi l’orso e mettevi la pelle dell’orso fuori per dimostrare che eri il più forte, avevi questa cosa, adesso c’hai il SUV parcheggiato bellissimo in giardino- Simboleggio lo status. Esatto, lo st– la stessa cosa, lo status. E poi avevo sentito anche questa intervista a Warren Buffett, diceva questa cosa, no? C’era– questo era nei primi anni 2000. Andava in macchina nel pieno della crisi con una persona e gli diceva: “Ah, ma come fac-facciamo Warren a investire che tutto sta cambiando, le cose crollano”, eccetera. Fa, eh– e la sua risposta è: “Sai qual era la…” Nel 1962 il brand di candy, no, di-di dolci più comprato dagli americani? Eh, no. Snickers. Sai qual è oggi il brand di dolci più comprato dagli americani? No. Snickers. Quindi ci sono delle cose che vai tranquillo, non cambiano. E quelle sono delle safe bet. Anche, anche Bezos ha detto la stessa cosa. Sì, infatti mi-mi hai fatto venire in mente la-la famosa frase di Bezos: cos’è che fra 10 anni, 20 anni, 30 anni non cambierà mai, che sarà ancora vero su clienti che vogliono risparmiare, che vogliono le cose subito, eccetera. Il libro di Housel è su questo. Capisco, poi vabbè è una storiella, ci sono un po’ di esempi, eccetera. Però a me mi aiuta molto a-a mettere le radici nella realtà perché io faccio tutto il mio business sul cercare di pensare un po’ più avanti di dove le cose stanno andando oggi, no? C’è un libro che ho letto tanti anni fa che si chiamava, si chiama The Second Bounce of the Ball, che dicono: “Ah, quando fai business fai quelle cose”, tutti sono capaci di prevedere quando arriva una pallina dove arriverà, andrà il primo rimbalzo. Già del secondo rimbalzo, siccome ci sono tante, tanti fattori, no, il vento, l’attrito, il suolo, il sassolino, altre cose, è molto, molto difficile. È difficilissimo capire, sapere dove andrà il secondo rimbalzo in una cosa. Però il lavoro che devi fare se sei uno che fa business rispetto al futuro è quello di capire non dove sarà il primo, ma dove arriverà il secondo rimbalzo. E questa cosa ogni tanto ti fa perdere un po’ tutte, tutte le-le, i punti di riferimento e altre cose perché ti sembra sempre di essere sommerso da robe, no? Mi alzo la mattina e il mondo è cambiato, tanto con l’AI e tutto è cambiato, ti sembra sempre di non rimanerci dietro. Quindi ogni tanto a me fa bene tornare al punto di partenza e dire: “Ok, però cos’è che invece non è cambiato e probabilmente non cambierà perché 2.000, 10.000 o 20.000 anni non sono bastati a farla cambiare noi, che è l’essenza del nostro essere uomo. Ehm, e allora quello mi dà un po’ più di tranquillità. Quindi io consiglierei il libro di Morgan Housel. Bello, bello. Sì, che in italiano è stato, in italiano è stato tradotto Come sempre. Tutto cambia, niente cambia. Come sempre, ok. Ok. Ti manderò poi anche la nuova edizione del mio piccolo libro della scrittura persuasiva che io scrissi 10 anni fa e la premessa era la stessa, cioè: vendevo servizi di copywriting all’epoca da freelance, da solo, eee uno dei primi in Italia, diciamo, a farlo un po’ con approccio direct response mis-misto al content marketing. Ehm, e praticamente mi ponevo già la questione perché nel primo podcast proprio che ti ho detto che ho registrato 10 anni fa era già su come usare Active Campaign, come fare email marketing automation per poter fare i follow up automatici, cose del genere. E già quello per esempio era, secondo me, da mettere bene in un podcast ma non in un libro, no? E il libro infatti aveva questa premessa che ci sono delle, diciamo, dalla retorica aristotelica in poi, ci sono dei fondamenti della comunicazione, della persuasione, il modo in cui le persone si convincono a prendere delle scelte che noi possiamo intercettare e a prescindere insomma dal media, dal, insomma, dalla dinamica, ecco, che sia poi Adesso c’è TikTok che non c’era 10 anni fa e così via, no? Ehm, e questo rende attuale insomma qualcosa che altrimenti sarebbe stato già spazzato appunto dalla disruption degli ultimi anni, no? Quindi io pure mi sono già dovuto reinventare, dai questa, questa, questa cosa qui è interessante all’interno del nostro business da persone, ma poi anche sì per gli investimenti per esempio, perché ci sono delle- dei bisogni che sono immutabili, che magari si spostano, ecco, vengono soddisfatti in maniera diversa, ma son sempre quelli, no? Nel, nel nostro mestiere, nel, nel tuo in particolare, cioè le persone da f-da fuori hanno– boh, pensano che sia f-sia facile, che non ci sia questo problema dell’innovazione che, che ti sorprende perché sei tu in realtà quello che la porta a loro, no? Però boh, io da dentro, io c’ho il terrore di, di svegliarmi e vedere che tutto sta cambiando nel bene e nel male, no? Perché alla fine quando crei qualcosa come adesso sto creando per il lungo periodo, fai una scommessa che alcune cose tutto sommato non cambieranno così tanto nel giro di anni. E adesso invece ogni tre settimane mi sembra che il mondo si, si rivoluziona. Per cui boh, vediamo. Beh, allora sicuramente questo è uno spunto per riaggiornarci più avanti, anche magari per parlare di come è cresciuta poi PodSEO o gli altri tuoi progetti. Intanto ti ringrazio tantissimo per il tuo tempo, Francesco. È stato un piacere e sentiamoci sicuramente presto. Dai, alla prossima allora. Buon lavoro, buona giornata. A te. Ciao Andrea

Andrea Lisi aiuta imprenditori e professionisti a comunicare in modo più potente, autentico e redditizio.
È fondatore di Copy Persuasivo®, laboratorio strategico attivo dal 2015, con cui ha realizzato campagne editoriali, funnel e contenuti ad alta conversione in oltre 50 settori.
Ha scritto manuali e romanzi bestseller su Amazon, ideato oltre 15 corsi avanzati su copywriting e marketing, e firmato centinaia di articoli letti da più di 320.000 utenti.
È la voce di uno dei podcast più longevi del settore con oltre 380 episodi.
Ma la sua storia inizia prima.
Cresciuto in una famiglia di commercianti, Andrea ha cominciato a fare marketing nel 2006, promuovendo le sue band su MySpace.
Dopo il Liceo Classico ha conseguito una laurea triennale in Scienze Politiche, una specialistica in Relazioni Internazionali e diverse certificazioni linguistiche e didattiche (TOEFL, HSK, DITALS).
Ha vissuto in Israele e a Taiwan, viaggiato in Africa, e diretto per otto mesi un centro di accoglienza per rifugiati, dove ha insegnato italiano e lavorato come interprete in tribunale.
È stato intervistato dalla RAI come esperto dell’opera di Tiziano Terzani, autore su cui ha scritto a lungo nel suo blog personale.
Oggi, oltre all’attività di marketing strategist e autore, Andrea investe in immobili a reddito e progetti imprenditoriali indipendenti, come CBDexpress, prima rete in Lombardia e Piemonte di distributori automatici di cannabis legale.
È marito di Paola, papà di Mauro e Luce.
Crede nella parola ben scelta, nel pensiero indipendente e nella concretezza dei risultati.
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